2015 September 22 12:21
CICC SH Info <infoshanghai@cameraitacina.com> のメッセージ:
Caro Vittorio,
ti ringraziamo per aver contattato la CICC.
dopo aver visualizzato il tuo CV, propongo un colloquio conoscitivo il giorno 23 Settembre ore 10.00 am (ora italiana).
Rimango in attesa di un tuo feedback.
Cordialmente,
***
Administration and Events
CAMERA DI COMMERCIO ITALIANA IN CINA
CHINA - ITALY CHAMBER OF COMMERCE
Shanghai
6-401, 4th floor, Block 6, Crea-Infinity,
No. 600 North Shaanxi Road, Jing'an District, Shanghai
上海市静安区陕西北路600号
源创创意园6号楼4楼401室
Tel: +86-21-61351313
Email: infoshanghai@cameraitacina.com
Web: www.cameraitacina.com
_______________________________________________
Tue, 22 Sep 2015 15:13:08 +0900
From: vitness@hotmail.it
Subject: Re: Internship at CICC Shanghai - CV Vittorio Nesti
To: infoshanghai@cameraitacina.com
Salve
La ringrazio per la e-mail di risposta,
per me va bene il colloquio alle 10am ora italiana del 23 settembre,
il mio contatto skype è il seguente: vittorionesti
Grazie ancora, un saluto cordiale
Vittorio Nesti
________________________________________________
Tuesday, September 22, 2015 4:08 PM
From: Vittorio Nesti [mailto:vitness@hotmail.it]
To: CICC SH Info <infoshanghai@cameraitacina.com>
Subject: RE: Internship at CICC Shanghai - CV Vittorio Nesti
Buonasera
mi scusi se scrivo nuovamente, volevo informarla che, causa imprevisti,
un secondo colloquio di lavoro presso Tokyo, fissato per il giorno 24, è stato
anticipato al giorno 23 alle ore 9 am (ora italiana)
Probabilmente dovrei farcela per le ore 10 am ad avere il colloquio con voi concordato precedentemente via mail, ma sarò costretto ad usare il cellulare, e non il computer di casa.
Se per lei va bene, rimaniamo alle ore 10 am, altrimenti per me va bene qualsiasi altro momento.
Mi dispiace per l'inconveniente.
Le auguro una buona giornata.
Vittorio Nesti.
________________________________________________
mar 22 settembre 2015 17:59
CICC SH Info <infoshanghai@cameraitacina.com>
Caro Vittorio,
se preferisci possiamo posticipare il colloquio al giorno Lunedì 28 Settembre ore 11.0 (ora cinese).
Rimango in attesa di un tuo feedback.
Saluti,
***
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CHINA - ITALY CHAMBER OF COMMERCE
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No. 600 North Shaanxi Road, Jing'an District, Shanghai
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Tel: +86-21-61351313
Email: infoshanghai@cameraitacina.com
Web: www.cameraitacina.com
________________________________________________
Tue, 22 Sep 2015 22:34:41 +0900
From: vitness@hotmail.it
Subject: Re: Internship at CICC Shanghai - CV Vittorio Nesti
To: infoshanghai@cameraitacina.com
Salve
La ringrazio, forse è meglio posticipare a lunedì 28, più che altro non vorrei creare disagi nel caso domani avessi problemi di connessione o di orari.
Va bene allora lunedì 28 alle 11.00 ora cinese. Mi terrò a completa disposizione.
A presto.
Un cordiale saluto,
Vittorio Nesti
martedì 30 luglio 2019
lunedì 22 luglio 2019
서울 Seoul (parte 2)
La via del mercatino coperto di Deungchon-ro 5-gil sembra la sorella di uno dei 93.900 mercatini coperti di Osaka che vendono frutta, verdura, pesce, cibo cotto all’istante e cosame vario per la casa. Ma qui, come nemmeno in quello della Korea Town di Osaka, sono riuscito subito a trovare il miglior jeon della mia vita, impiastrellato da una piacente sciura convinta che io sia un madrelingua coreano, nonostante le mia gesta da sordomuto:
Io: *gestic frusc frusc* (vorrei tre di queste)
Lei: 10개가 들어가 있는 한 팩으로 사셔야 해요 (no, dovresti comprarne minimo 10 per riempire il pacchetto di plastica)
Io: Ah ok! (Tiro fuori 1.000 won)
Lei: mmh, 아니요 (Mi prende 10.000 won dal portafoglio)
Io: Ah ehm ok... (mi sta fregando? Quanti cazz sono 10.000 won... ah 7 euro, boh.) ok gamsahapmida! (Grazie)
Lei: (risata) ciao bello, statt’ buón.
Entro nel minimarket accanto e mi rotolo nel monopolio di prodotti con le scritte in coreano. Finché non individuo il frigo degli alcolici, e più innamorato di un innamorato mi installo ad ammirare tutte le diverse categorie di makgeolli: crudo, liscio, alla banana, alla ciliegia, al riso scuro (?) ecc ecc ecc... ma vista l’ora, o meglio, visto che sono ancora solo come un cane, e da solo non mi va di ubriacarmi, riempio le restanti mani di una bottiglia d’acqua, una birra Cass e del pancarrè integrale. La cassiera di mezza età continua ad ascoltare una nonnina logorroica col cappellino azzurro da pescatore, anche mentre mi imbusta la roba.
Dal mercato all’ostello sono appena due minuti a piedi. Non tergiverso con le foto da turista impazzito e torno subito nella mia singola, nonostante siano solo le due di pomeriggio, ma sono stanco come lo fossero di notte.
Amo le pubblicità coreane, anche se il 60% delle sue donne si assomigliano. Anzi, uguali.
16:00... meglio riposare un po'.
domenica 21 luglio 2019
서울 Seoul
25 Giugno 2019
Taipei - Seoul, 2 ore e mezza di volo. Nonostante il freddo gelido nella cabina, la copertina blu China Airlines mi ha permesso di crollare in un vero sonno ristoratore di due ore. Vitale, viste le undici ore insonne del volo precedente, sommate a quelle della rovente notte romana.
Mi sveglio a venti minuti dall’atterraggio, ma solo fuori dall’aereo mi rendo conto di essere in paradiso: l’emozione di vedere i caratteri coreani nel loro habitat naturale; l’eccitazione di vedere i coreani nel loro habitat naturale. Non la Korea Town ad Osaka, compressa dall’asfissiante formalità degli hiragana giapponesi, che con un falso sorriso strozzavano i chioschi coreani in un ghetto chiuso. No. Ora sono i Coreani a comandare. Belli come il sole, magari sì, anche loro falsi, ma solo esteticamente. Preferisco una donna coreana col naso e il seno rifatto, ma forte e schietta di carattere, piuttosto che una giapponese bella di natura ma che non mi regala altro che sorrisi di circostanza. “Hihihihi” ma che cazzo ti ridi!!!
Sono l’unico passeggero del pullman che parte dall’aeroporto di Incheon diretto a Kkachisan. Anche in Corea, come in Giappone, si prendono cura efficientemente dei clienti: l’addetto ai bagagli non vuole nessun aiuto nel pormi le valigie nella pancia del pullman, e l’autista mi intima di allacciare le cinture.
Dall’aeroporto alla città è solo un susseguirsi di ponti e strade che scavalcano o costeggiano il mare. I pini di montagna, quelli che in Italia vediamo solo oltre i mille metri, qui abbondano sulle morbide isolette che affollano la costa. Una bandiera della Corea del Sud sventola impazzita accanto all’autostrada, mentre il display nel pullman mostra donne lisce con in mano una crema idratante.
Taipei - Seoul, 2 ore e mezza di volo. Nonostante il freddo gelido nella cabina, la copertina blu China Airlines mi ha permesso di crollare in un vero sonno ristoratore di due ore. Vitale, viste le undici ore insonne del volo precedente, sommate a quelle della rovente notte romana.
Mi sveglio a venti minuti dall’atterraggio, ma solo fuori dall’aereo mi rendo conto di essere in paradiso: l’emozione di vedere i caratteri coreani nel loro habitat naturale; l’eccitazione di vedere i coreani nel loro habitat naturale. Non la Korea Town ad Osaka, compressa dall’asfissiante formalità degli hiragana giapponesi, che con un falso sorriso strozzavano i chioschi coreani in un ghetto chiuso. No. Ora sono i Coreani a comandare. Belli come il sole, magari sì, anche loro falsi, ma solo esteticamente. Preferisco una donna coreana col naso e il seno rifatto, ma forte e schietta di carattere, piuttosto che una giapponese bella di natura ma che non mi regala altro che sorrisi di circostanza. “Hihihihi” ma che cazzo ti ridi!!!
Sono l’unico passeggero del pullman che parte dall’aeroporto di Incheon diretto a Kkachisan. Anche in Corea, come in Giappone, si prendono cura efficientemente dei clienti: l’addetto ai bagagli non vuole nessun aiuto nel pormi le valigie nella pancia del pullman, e l’autista mi intima di allacciare le cinture.
Dall’aeroporto alla città è solo un susseguirsi di ponti e strade che scavalcano o costeggiano il mare. I pini di montagna, quelli che in Italia vediamo solo oltre i mille metri, qui abbondano sulle morbide isolette che affollano la costa. Una bandiera della Corea del Sud sventola impazzita accanto all’autostrada, mentre il display nel pullman mostra donne lisce con in mano una crema idratante.
martedì 14 maggio 2019
진서
Sulla tovaglia a quadri sono ancora calde le posate, i bicchieri, i piatti e i rimasugli del pranzo appena finito; ma in cucina non è rimasto più nessuno, a parte me e Jin. Lei è di fronte ai fornelli, concentrata sul movimento dello straccio azzurro nelle sue mani: probabilmente sta cercando il modo più efficiente per eliminare l’unto agli angoli delle griglie.
Quanto cazzo è bella. Anche con addosso quella camiciona di lana azzurra a quadri marroni, in stile boscaiolo del Wyoming.
Mi alzo dalla sedia e le vado incontro, con l’unico intento di spalmarmi sulla sua schiena lì, drittissima, a soli tre passi da me... a due... a uno... finché... non avverto il suo profumo agli agrumi, che con un secco “Eh no no, dove vai!?” mi afferra per il guinzaglio e riconsegna al mio padrone Impaccio.
“Che fai lì dietro di me?”
“Dammi lo straccio, finisco io di pulire...”
Quando si gira verso di me il suo sorriso è già pieno... me lo regala per altri due secondi, prima di passarmi lo straccio e sedersi sulla stessa sedia dove stavo io pochi attimi fa.
Che bello il suo sorriso, lo amo. La amo.
Sciacquo lo straccio; poi lo allungo; lo strizzo; lo espando sul piano cottura... faccio ogni gesto con la stessa passione e dedizione di un artigiano del sushi di novant’anni. : la presenza di Jin.
Nostra cugina è venuta a trovarci da Seoul, ed ora è nel soggiorno con mamma e zia a far rumore di fondo. Susan invece è col ragazzo nella nostra stanza... che cazzo c’entra quella con la nostra famiglia... bah... vabbè, basta ignorarla.
Ho finito di pulire; mi giro, ma Jin non c’è più... mi lavo le mani, mi asciugo di fretta sul pantalone ed esco dalla cucina per cercarla: non vorrei fosse uscita fuori, da sola senza di me... o peggio, con quel cacacazzo di Kyung-So... ah. No. Falso allarme. È seduta sulla poltrona, in fondo, in silenzio. Ascolta le civettanze delle altre donne in soggiorno, senza interagire, ma appena mi vede ravviva gli occhi e con la mano mi fa cenno di sedermi accanto a lei. La poltrona ha posto per una sola persona, e questo ci impone amabilmente di stringerci, di toccarci.
“Devo dirti una cosa, vieni vicino...”
Jin mi sta chiedendo di avvicinarmi, ma io non reagisco: non so come potremmo fisicamente essere più vicini di così... ah... sì, mi dimostra che in effetti un modo c’è: appoggia il suo viso sul mio, provocando fatalmente una veloce serie di esplosioni nel mio cuore... il sangue che mi cola tra gli organi mi rende caldo, ovunque. Come la sua pelle, morbida.
- Lo sai che a Seoul non si possono usare le carte prepagate per fare la spesa?... -
La voce di Jin è bassa e sottile, e la sua guancia, schiacciata quanto più possibile contro la mia, è ormai rossa. Sembra voglia rendere più intima possibile la nostra conversazione.
- ... quando sono andato a trovare Je, ho dovuto pagare tutto in contanti! -
- Davvero non si possono usare le prepagate? E le carte di credito? -
- Sì, quelle sì! -
Vorrei che questa conversazione non finisse mai. L’odore della sua pelle, ormai nei miei alveoli più profondi, inizia a narcotizzarmi più di un grammo di eroina diluita con benzene e batteria esausta di automobili. Solo grazie a questo, finalmente sciolto, prendo coraggio e appoggio la mano sulla sua... e sorrido, ebete; lei ricambia, stringendomela forte. E sono felice.
- Ma che fate! -
Nostra cugina Je inizia a bisbigliare verso di noi, imbarazzata. - Jin, staccati da tuo fratello, prima che vostra madre vi veda in questa posizione... più che ambigua... ma che vi salta in mente!? -
Io sono innamorato di Jin. E non mi importa un cazzo se lei è mia sorella maggiore.
Quanto cazzo è bella. Anche con addosso quella camiciona di lana azzurra a quadri marroni, in stile boscaiolo del Wyoming.
Mi alzo dalla sedia e le vado incontro, con l’unico intento di spalmarmi sulla sua schiena lì, drittissima, a soli tre passi da me... a due... a uno... finché... non avverto il suo profumo agli agrumi, che con un secco “Eh no no, dove vai!?” mi afferra per il guinzaglio e riconsegna al mio padrone Impaccio.
“Che fai lì dietro di me?”
“Dammi lo straccio, finisco io di pulire...”
Quando si gira verso di me il suo sorriso è già pieno... me lo regala per altri due secondi, prima di passarmi lo straccio e sedersi sulla stessa sedia dove stavo io pochi attimi fa.
Che bello il suo sorriso, lo amo. La amo.
Sciacquo lo straccio; poi lo allungo; lo strizzo; lo espando sul piano cottura... faccio ogni gesto con la stessa passione e dedizione di un artigiano del sushi di novant’anni. : la presenza di Jin.
Nostra cugina è venuta a trovarci da Seoul, ed ora è nel soggiorno con mamma e zia a far rumore di fondo. Susan invece è col ragazzo nella nostra stanza... che cazzo c’entra quella con la nostra famiglia... bah... vabbè, basta ignorarla.
Ho finito di pulire; mi giro, ma Jin non c’è più... mi lavo le mani, mi asciugo di fretta sul pantalone ed esco dalla cucina per cercarla: non vorrei fosse uscita fuori, da sola senza di me... o peggio, con quel cacacazzo di Kyung-So... ah. No. Falso allarme. È seduta sulla poltrona, in fondo, in silenzio. Ascolta le civettanze delle altre donne in soggiorno, senza interagire, ma appena mi vede ravviva gli occhi e con la mano mi fa cenno di sedermi accanto a lei. La poltrona ha posto per una sola persona, e questo ci impone amabilmente di stringerci, di toccarci.
“Devo dirti una cosa, vieni vicino...”
Jin mi sta chiedendo di avvicinarmi, ma io non reagisco: non so come potremmo fisicamente essere più vicini di così... ah... sì, mi dimostra che in effetti un modo c’è: appoggia il suo viso sul mio, provocando fatalmente una veloce serie di esplosioni nel mio cuore... il sangue che mi cola tra gli organi mi rende caldo, ovunque. Come la sua pelle, morbida.
- Lo sai che a Seoul non si possono usare le carte prepagate per fare la spesa?... -
La voce di Jin è bassa e sottile, e la sua guancia, schiacciata quanto più possibile contro la mia, è ormai rossa. Sembra voglia rendere più intima possibile la nostra conversazione.
- ... quando sono andato a trovare Je, ho dovuto pagare tutto in contanti! -
- Davvero non si possono usare le prepagate? E le carte di credito? -
- Sì, quelle sì! -
Vorrei che questa conversazione non finisse mai. L’odore della sua pelle, ormai nei miei alveoli più profondi, inizia a narcotizzarmi più di un grammo di eroina diluita con benzene e batteria esausta di automobili. Solo grazie a questo, finalmente sciolto, prendo coraggio e appoggio la mano sulla sua... e sorrido, ebete; lei ricambia, stringendomela forte. E sono felice.
- Ma che fate! -
Nostra cugina Je inizia a bisbigliare verso di noi, imbarazzata. - Jin, staccati da tuo fratello, prima che vostra madre vi veda in questa posizione... più che ambigua... ma che vi salta in mente!? -
Io sono innamorato di Jin. E non mi importa un cazzo se lei è mia sorella maggiore.
sabato 4 maggio 2019
苏州工业园区启月街1号
4 Maggio 2014. 02:00
Unforgettable
- Do you remember who said that? -
- Yes. Was me, in your hug. -
Perché sentiamo il bisogno di abbracciare? Forse perché abbiamo bisogno di lasciarci andare. Di sfilare la pesante armatura della ragione, della diffidenza, e affidarci a qualcun altro. Di non sentirci più soli, e trasmettere le proprie emozioni ad un altro in maniera diretta, come il contatto tra i due corpi: i petti si toccano, e se hai pazienza puoi sentire il tuo cuore battere sull’altro corpo; e se ne hai ancora, i sentimenti cominceranno a congiungersi.
Io libero il mio sentimento sul tuo corpo esile, espiro la mia solitudine, la mia tristezza... e in cambio inspiro energia pulita, le tue spalle fragili e lisce, che mi riempie il diaframma. Gli organi trovano la perfetta armonia, i sensi si riequilibrano, e di riflesso inizio a ridere come un ebete: l’energia emessa dopo la fusione tra due atomi.
Sei piccola nel mio abbraccio, riesco a toccare tutta la tua pelle morbida.
- I want your hug. -
Perché se una cosa ci fa stare bene, vogliamo continuare ad averla. Ci alziamo, ogni giorno, lavoriamo, o studiamo, prendiamo la bici, o un aereo, bestemmiamo, solo per continuare ad ottenere la nostra droga, che ci fa stare bene.
- Maybe is better if you don’t sleep here tonight... I’m afraid that you lose your flight tomorrow morning... -
- Yes, maybe you’re right. -
Ricordo solo che la sua stanza è buia, e anche il balcone, dove lei sta recuperando l’uniforme da lavoro che indosserà domani. Poi ho un vuoto... finché non usciamo fuori dal portone e camminiamo nel giardinetto sotto casa sua, sulle stesse mattonelle rosse sbiadite già raccontate in precedenza. Arriviamo al Family Mart, dove compro del caffelatte e pancarrè ai fagioli rossi: il titolo di uno dei capitoli del mio ultimo romanzo, quello in cui i due protagonisti si svegliano per l’ultima volta insieme. Ho ancora nel portafoglio lo scontrino, ormai completamente sbiadito.
Lo stradone periferico è vuoto e silenzioso. Nessun taxi in vista, e io rischio di non arrivare in tempo in albergo e quindi in aeroporto. Sarebbe stato fantastico.
- See that building... how many windows... いっぱい!!-
Tenta di sfoggiare il suo giapponese arrugginito, e ride.
Oh. È arrivato il momento dell’ultimo abbraccio. Il tassista si sporge dal finestrino: vuole vederci meglio mentre ci baciamo.
4 Maggio 2014. 08:50
Piove.
- I just arrive company, raining! It must because you leaving... -
Unforgettable
- Do you remember who said that? -
- Yes. Was me, in your hug. -
Perché sentiamo il bisogno di abbracciare? Forse perché abbiamo bisogno di lasciarci andare. Di sfilare la pesante armatura della ragione, della diffidenza, e affidarci a qualcun altro. Di non sentirci più soli, e trasmettere le proprie emozioni ad un altro in maniera diretta, come il contatto tra i due corpi: i petti si toccano, e se hai pazienza puoi sentire il tuo cuore battere sull’altro corpo; e se ne hai ancora, i sentimenti cominceranno a congiungersi.
Io libero il mio sentimento sul tuo corpo esile, espiro la mia solitudine, la mia tristezza... e in cambio inspiro energia pulita, le tue spalle fragili e lisce, che mi riempie il diaframma. Gli organi trovano la perfetta armonia, i sensi si riequilibrano, e di riflesso inizio a ridere come un ebete: l’energia emessa dopo la fusione tra due atomi.
Sei piccola nel mio abbraccio, riesco a toccare tutta la tua pelle morbida.
- I want your hug. -
Perché se una cosa ci fa stare bene, vogliamo continuare ad averla. Ci alziamo, ogni giorno, lavoriamo, o studiamo, prendiamo la bici, o un aereo, bestemmiamo, solo per continuare ad ottenere la nostra droga, che ci fa stare bene.
- Maybe is better if you don’t sleep here tonight... I’m afraid that you lose your flight tomorrow morning... -
- Yes, maybe you’re right. -
Ricordo solo che la sua stanza è buia, e anche il balcone, dove lei sta recuperando l’uniforme da lavoro che indosserà domani. Poi ho un vuoto... finché non usciamo fuori dal portone e camminiamo nel giardinetto sotto casa sua, sulle stesse mattonelle rosse sbiadite già raccontate in precedenza. Arriviamo al Family Mart, dove compro del caffelatte e pancarrè ai fagioli rossi: il titolo di uno dei capitoli del mio ultimo romanzo, quello in cui i due protagonisti si svegliano per l’ultima volta insieme. Ho ancora nel portafoglio lo scontrino, ormai completamente sbiadito.
Lo stradone periferico è vuoto e silenzioso. Nessun taxi in vista, e io rischio di non arrivare in tempo in albergo e quindi in aeroporto. Sarebbe stato fantastico.
- See that building... how many windows... いっぱい!!-
Tenta di sfoggiare il suo giapponese arrugginito, e ride.
Oh. È arrivato il momento dell’ultimo abbraccio. Il tassista si sporge dal finestrino: vuole vederci meglio mentre ci baciamo.
4 Maggio 2014. 08:50
Piove.
- I just arrive company, raining! It must because you leaving... -
4 Maggio 2019
Piove.
- Ho freddo. Ho bisogno di un abbraccio. -
- Certo. Sono 100€. -
- ... e un abbraccio piccolo, veloce? -
- 50€. Ma finisce subito. -
- Va bene. Prendo quello da 50€. E nel frattempo penso a quelli lunghi, così faccio finta di star bene. -
- Ok. Come vuoi. -
giovedì 2 maggio 2019
鶴橋 Korea Town (parte 4)
Natale 2015
- Sei arrivato in Italia? -
- Sì, sono appena arrivato... -
- Io rimango ad Osaka fino al 15 gennaio. Quando torni ad Osaka? -
- Oh, te ne vai in Corea? Ma poi... ritorni ad Osaka? -
- Non lo so ancora... -
- Ah... io spero di tornare il 10 gennaio, giorno più giorno meno... -
- Fammi sapere. Ci vediamo presto... ti aspetto. -
...
Da allora non ho più notizie di Hyesun.
- Sei arrivato in Italia? -
- Sì, sono appena arrivato... -
- Io rimango ad Osaka fino al 15 gennaio. Quando torni ad Osaka? -
- Oh, te ne vai in Corea? Ma poi... ritorni ad Osaka? -
- Non lo so ancora... -
- Ah... io spero di tornare il 10 gennaio, giorno più giorno meno... -
- Fammi sapere. Ci vediamo presto... ti aspetto. -
...
Da allora non ho più notizie di Hyesun.
" 大阪いつくるか? ''
鶴橋 Korea Town (parte 3)
- 혜선 ^^ hello! This is Vitto, the italian friend of Imu san!
日本ごはどう?日本ごでかけますか? -
- hi^^ 日本おもしろい -
Il pizzaiolo strafumato era il marito della sorella di Hyesun, Hemi, che gestiva una caffetteria, カフェ ハレ Cafe Hare, proprio sopra la pizzeria. Pochi giorni dopo il pizzaiolo si tagliò un dito e dovette chiudere il locale per parecchio tempo, e Hyesun si trasferì al primo piano ad aiutare la sorella.
Quando i clienti le chiedevano qualcosa in giapponese, lei ruotava gli occhi verso l’alto, sollevava gli zigomi imbarazzata, si congedava con un inchino e indietreggiava verso Hemi, già pronta a darle soccorso.
Quando si accorgeva che la stavo guardando, ricambiava gli occhi, due centesimi di secondo... poi li riabbassava, mordendosi il labbro e oscillando il capo in avanti, quasi a voler soffocare un sorriso.
Ormai, ogni mio pensiero era monopolizzato dalla Korea Town di Osaka: ogni azione della giornata era solo uno strumento per tornarle vicino. Nella Korea Town di Osaka.
mercoledì 1 maggio 2019
鶴橋 Korea Town (parte 2)
Hye Sun 혜선
Li chiamano colpi di fulmine. Quando la prima immagine di una persona ti scuoia il cuore. La volta che, nel 2017, provai a descrivere, ad esprimere in parole le sensazioni che mi aveva provocato il primo incontro con Hye Sun, ne venne fuori quest’ammasso confuso di parole:
Lezione di teologia.
Artemide (Ἄρτεμις), in antica Grecia, era ritenuta la dea della caccia, degli animali selvatici, del tiro con l'arco, della foresta e dei campi coltivati. Inoltre è anche la dea delle iniziazioni femminili, protettrice della verginità e della pudicizia. Nelle raffigurazioni statuarie la vediamo spesso con un rettangolo bianco di stoffa avvolto ad un corpo tonico, una mano salda sulle corna di un capriolo accanto a lei, e l’altra intenta a prendere una freccia dalla faretra legata dietro la schiena.
Che c’entra Hyesun con la dea Artemide? E soprattutto, chi è Hyesun?
Hyesun è l’unica donna che, da un anno e mezzo a questa parte, mi ha fatto perdere veramente la testa. Anzi, diciamo le cose come stanno: impazzire proprio. La prima volta che la vidi, il mio malsanissimo cervello associò la sua figura a quella della dea Artemide, appunto.
Non so perché, è difficile spiegare le pazzie del proprio inconscio. Ho sempre avuto un debole per questa dea, da quando ero al ginnasio a studiare i classici greci.
Comunque, credo sia per la figura slanciata e tonica del corpo di Hyesun, del seno proporzionato al suo stretto bacino e ai suoi 175 cm di altezza, e del viso liscio, chiaro e pudico, ma terribilmente affascinante.
La conobbi nel novembre del 2015, allora lavorava nella caffetteria-taverna della sorella Hemi. La prima volta andai con Imu dopo una delle nostre sessioni di studio di giapponese. E Hyesun era lì, in agguato, con il suo grembiule marrone su un jeans scuro attillato pronta a catturarmi. Fui subito investito da una sensazione di seta addosso... la sua pelle, liscissima. Il volto perfettamente ovale, invece, mi portò seri dubbi su un suo eventuale ricorso alla chirurgia estetica, così come il naso, drittissimo. Per quanto riguarda le labbra, in genere si notano se sono rifatte o no, e le sue sono sicuramente naturali, rosse e carnose come quelle della sorella. (...)
Come mi fu subito palese, era estremamente timida, insicura e introversa, forse anche per il fatto che non spiccicava una parola di giapponese. Allora infatti era da poco arrivata ad Osaka dalla sua città natale Yong In, venti minuti a sud di Seoul.
Per concludere, quel giorno, per la prima volta in vita mia, capii davvero quale fosse la mia massima ambizione: volevo diventare il suo schiavo.
Sì. Impazzii letteralmente appena la vidi. Non ricordo se, prima di quella volta, avevo già avuto un’esperienza simile; a parte, ovviamente, le mie celebri cotte adolescenziali: se tutti i 10~15 enni del mondo fossero come ero io, sulla terra ci sarebbe la stessa perenne tempesta che ruota attorno a Giove. Con Vivi infatti, nonostante abbia scritto un intero romanzo - traboccante di miele - sulla nostra avventurosa storia d’amore... non c’era stato nessun colpo di fulmine a far nascere il tutto.
Ma in ogni caso... tornando a quella sera di quel novembre del 2015: Hyesun uscì fuori dal ripostiglio della Taverna Hare, incontrò il mio sguardo e sconvolse per sempre il mio rapporto con la Corea. Ancora oggi, se incrocio la pelle liscia del viso di una coreana, il mio cervello bastardo lo sostituisce con quello di Hyesun.
Imu, sveglia più di una sveglia digitale, comprese subito che l’amnesia da cui fui improvvisamente colpito, che per qualche minuto mi portò a dimenticare come si parlasse, era causata dal profumo di arancia emanato dai lunghi capelli castani della cameriera coreana. Diretta come era solito agire, senza pensarci troppo si prese tutta la sua confidenza, parlandoci a lungo senza che io capissi niente, dato che non conosco il coreano. Morale della favola: riuscii a farci scambiare due parole, con traduzione istantanea annessa, ed anche e soprattutto il contatto di chat Kakao Talk.
- Ma come hai fatto? Che le hai detto? -
- Ha detto che fra un po’ inizia a frequentare la scuola di giapponese e che tu puoi darle una mano. Semplice. -
- Ma... non è più grande di me? -
- Ha 31 anni, 3 in più di te. Non c’è nessuna differenza. Provaci! -
- Imu san ti amo! -
Li chiamano colpi di fulmine. Quando la prima immagine di una persona ti scuoia il cuore. La volta che, nel 2017, provai a descrivere, ad esprimere in parole le sensazioni che mi aveva provocato il primo incontro con Hye Sun, ne venne fuori quest’ammasso confuso di parole:
Lezione di teologia.
Artemide (Ἄρτεμις), in antica Grecia, era ritenuta la dea della caccia, degli animali selvatici, del tiro con l'arco, della foresta e dei campi coltivati. Inoltre è anche la dea delle iniziazioni femminili, protettrice della verginità e della pudicizia. Nelle raffigurazioni statuarie la vediamo spesso con un rettangolo bianco di stoffa avvolto ad un corpo tonico, una mano salda sulle corna di un capriolo accanto a lei, e l’altra intenta a prendere una freccia dalla faretra legata dietro la schiena.
Che c’entra Hyesun con la dea Artemide? E soprattutto, chi è Hyesun?
Hyesun è l’unica donna che, da un anno e mezzo a questa parte, mi ha fatto perdere veramente la testa. Anzi, diciamo le cose come stanno: impazzire proprio. La prima volta che la vidi, il mio malsanissimo cervello associò la sua figura a quella della dea Artemide, appunto.
Non so perché, è difficile spiegare le pazzie del proprio inconscio. Ho sempre avuto un debole per questa dea, da quando ero al ginnasio a studiare i classici greci.
Comunque, credo sia per la figura slanciata e tonica del corpo di Hyesun, del seno proporzionato al suo stretto bacino e ai suoi 175 cm di altezza, e del viso liscio, chiaro e pudico, ma terribilmente affascinante.
La conobbi nel novembre del 2015, allora lavorava nella caffetteria-taverna della sorella Hemi. La prima volta andai con Imu dopo una delle nostre sessioni di studio di giapponese. E Hyesun era lì, in agguato, con il suo grembiule marrone su un jeans scuro attillato pronta a catturarmi. Fui subito investito da una sensazione di seta addosso... la sua pelle, liscissima. Il volto perfettamente ovale, invece, mi portò seri dubbi su un suo eventuale ricorso alla chirurgia estetica, così come il naso, drittissimo. Per quanto riguarda le labbra, in genere si notano se sono rifatte o no, e le sue sono sicuramente naturali, rosse e carnose come quelle della sorella. (...)
Come mi fu subito palese, era estremamente timida, insicura e introversa, forse anche per il fatto che non spiccicava una parola di giapponese. Allora infatti era da poco arrivata ad Osaka dalla sua città natale Yong In, venti minuti a sud di Seoul.
Per concludere, quel giorno, per la prima volta in vita mia, capii davvero quale fosse la mia massima ambizione: volevo diventare il suo schiavo.
Sì. Impazzii letteralmente appena la vidi. Non ricordo se, prima di quella volta, avevo già avuto un’esperienza simile; a parte, ovviamente, le mie celebri cotte adolescenziali: se tutti i 10~15 enni del mondo fossero come ero io, sulla terra ci sarebbe la stessa perenne tempesta che ruota attorno a Giove. Con Vivi infatti, nonostante abbia scritto un intero romanzo - traboccante di miele - sulla nostra avventurosa storia d’amore... non c’era stato nessun colpo di fulmine a far nascere il tutto.
Ma in ogni caso... tornando a quella sera di quel novembre del 2015: Hyesun uscì fuori dal ripostiglio della Taverna Hare, incontrò il mio sguardo e sconvolse per sempre il mio rapporto con la Corea. Ancora oggi, se incrocio la pelle liscia del viso di una coreana, il mio cervello bastardo lo sostituisce con quello di Hyesun.
Imu, sveglia più di una sveglia digitale, comprese subito che l’amnesia da cui fui improvvisamente colpito, che per qualche minuto mi portò a dimenticare come si parlasse, era causata dal profumo di arancia emanato dai lunghi capelli castani della cameriera coreana. Diretta come era solito agire, senza pensarci troppo si prese tutta la sua confidenza, parlandoci a lungo senza che io capissi niente, dato che non conosco il coreano. Morale della favola: riuscii a farci scambiare due parole, con traduzione istantanea annessa, ed anche e soprattutto il contatto di chat Kakao Talk.
- Ma come hai fatto? Che le hai detto? -
- Ha detto che fra un po’ inizia a frequentare la scuola di giapponese e che tu puoi darle una mano. Semplice. -
- Ma... non è più grande di me? -
- Ha 31 anni, 3 in più di te. Non c’è nessuna differenza. Provaci! -
- Imu san ti amo! -
鶴橋 Korea Town
Oggi è il primo maggio, e avrei voluto, o meglio, dovuto parlare di un altro primo importante. Ma ieri sera ho ricevuto un messaggio inaspettato, che mi ha rigettato in un passato nostalgico... che tuttavia, al contrario di questo passato, è ancora vivo e ha caratteri sicuramente meno tristi e malinconici.
Fin da subito, dalla prima volta che, per caso, ci inciampai insieme a Yokawa - estate 2015 ormai - fui attratto da questo quartiere. Attratto come lo si è da qualcosa di nuovo ed esotico: un nero aitante in Mongolia, che entra in discoteca a serata inoltrata.
Fin da subito, dalla prima volta che, per caso, ci inciampai insieme a Yokawa - estate 2015 ormai - fui attratto da questo quartiere. Attratto come lo si è da qualcosa di nuovo ed esotico: un nero aitante in Mongolia, che entra in discoteca a serata inoltrata.
Dopo scuola, ormai routine, invece di dirigermi ad Imazato, stazione metro vicina alla mia (ex) casa, anticipavo la discesa in Tsuruhashi e mi immergevo fino alle sopracciglia nella Korea Town di Osaka, con l’unico scopo di perdermi nel labirinto del suo stretto mercato coperto. Un giorno il pretesto diventava una vaschetta di kimchi; un altro giorno quella di jeon; o ancora, ma solo quando volevo premiarmi, una bottiglia di makgeolli...
Finché l’attrazione non si trasformò in amore.
Novembre 2015
Dopo il solito giretto coreano, mi rimisi sui binari che portavano a casa e tornai sul viale Sennichimae. Non distante dalla stazione metro di Tsuruhashi, incrociai una micro bottega della pizza, nel cui interno solitudinavano un forno a legna in cemento, due tavolini in pietra lignea, pareti gialle e un pizzaiolo giapponese dall’aspetto strafumato. Mi incuriosì, ma non ebbi il coraggio di entrare. Per questo, il giorno dopo, proposi ad Imu, la mia fedele e caritatevole compagna di classe coreana, di farci un giro “un giorno di questi”.
“Andiamoci oggi dopo scuola!”
Quante soddisfazioni mi dava questa ragazza.
Novembre 2015
Dopo il solito giretto coreano, mi rimisi sui binari che portavano a casa e tornai sul viale Sennichimae. Non distante dalla stazione metro di Tsuruhashi, incrociai una micro bottega della pizza, nel cui interno solitudinavano un forno a legna in cemento, due tavolini in pietra lignea, pareti gialle e un pizzaiolo giapponese dall’aspetto strafumato. Mi incuriosì, ma non ebbi il coraggio di entrare. Per questo, il giorno dopo, proposi ad Imu, la mia fedele e caritatevole compagna di classe coreana, di farci un giro “un giorno di questi”.
“Andiamoci oggi dopo scuola!”
Quante soddisfazioni mi dava questa ragazza.
Dopo un’intensa sessione di studio dentro uno pseudo “Gran Caffè Italia” in Namba Park, la metro Sennichimae Line ci prese entrambi amorevolmente in grembo: rallentò solo in corrispondenza delle stazioni di Nippombashi e Tanimachi Kyū-chōme, prima di consegnarci alle cure dei fumi perenni dei barbecue coreani di Tsuruhashi. I ristoranti e le trattorie coreane erano nel labirinto di cemento del mercato coperto, ma noi virammo e uscimmo allo scoperto sullo stradone rumoroso, diretti verso la “タヴェルナ ハレ”, Taverna Hare, così il nome della pizzeria. Dopo il bancomat del MUFG Bank c’era un rivenditore di make up coreani, oltre il quale solo un vicolo asfissiante ci separava dall’obiettivo.
- Konnichiwa -
- Irasshaimase dōzo - Ci rispose, accogliendoci, il pizzaiolo strafumato.
- Konnichiwa -
- Irasshaimase dōzo - Ci rispose, accogliendoci, il pizzaiolo strafumato.
lunedì 22 aprile 2019
餐厅 ristorante cinese (parte 4)
Hiro, così come la prima colazione, così come la seconda colazione, anche la terza colazione la mangiò da qualche parte nel centro di Kunming insieme a Karina. E prima di quelle, anche le notti, le aveva mangiate insieme a Karina. Insomma, avevo pernottato in una doppia devoluta per metà in beneficenza da Hiro.
Per colazione la taverna di Yan Yan proponeva pancake con carne secca a scaglie e 包子 baozi con verdure. Oltre all’immancabile zuppa di riso, che a priori, forte della mia non invidiabile competenza, mi rifiutavo di ordinare.
Quell’ultima mattina, forse perché già oltre l’orario di colazione, ero l’unico seduto dentro al locale. Yan Yan si sedette di fronte a me, incrociando le gambe sulle mie.
- Sorry for my legs on you. -
- It’s perfettamente ok. -
- So... today you leave. You go far away to Osaka. -
- ... succede di nuovo... -
Pensai. E piansi. Due secondi, poi mi rimisi in ordine.
- Why you leave... -
- ... come with me to Japan. Ok not now, but, I don’t know... next month, June, July, September... -
- ... you know I can’t. But you can. Go there and pack all your life back here. Stay here. -
- ... how? -
- There’s a way, always. You remember? We were in the hole of your bed... you told me that you were happy... and the only important thing for you is to be happy, just that. Is that true? -
- Yes, it’s the truth. -
lunedì 15 aprile 2019
餐厅 ristorante cinese (parte 3)
- ...how come... It’s like, I feel like we have known each other for so long... -
- Wo bu zhi dao. I just know that I like you. -
Il materasso era morbido, forse troppo. Non era di certo l’ultimo modello ortopedico... eppure, proprio grazie a questo, i nostri corpi erano riusciti a creare un solco nel centro esatto del letto, dentro cui il contatto narcotizzante con la sua pelle era inevitabile.
- You are so beautiful...-
- ... you lie...-
Yan Yan era nel mio letto. Ma nonostante ciò, io, di questa ragazza, sapevo poco più che niente... iniziai addirittura a dubitare se davvero, in quel momento, lei fosse lì con me; o se io fossi lì con lei, e con quel quadro di natura bucolica di fronte a noi. Da piccolo fissavo spesso le campagne tristi e spente appese sulle pareti di casa, annoiato, quando non avevo amici con cui uscire a giocare. Che malinconia quei momenti. Ora invece... lo avrei fissato per mesi... sempre lì, immobile, stesi.
- Let’s go to live together in that abandoned farmhouse? -
Avrei voluto dirle.
- Stay here forever in Kunming. -
Mi disse lei. Yan Yan. Che con quel sorrisetto furbo, in tre secondi, mi aveva capovolto e svuotato la scatola cranica, fin lì colma solo di inutili razionalismi.
- Yes. Ok. -
Risposi di sì, e fu una risposta sincera. In quegli istanti, premuto sul suo petto, riscoprii che l’unica cosa che mi importava era esser felice... il resto erano solo accessori.
domenica 14 aprile 2019
餐厅 ristorante cinese (parte 2)
Hiro, grazie al tinder cinese, prima della partenza aveva già programmato un appuntamento con Karina, professoressa di Hong Kong trasferita a Kunming per lavoro. Prendemmo tutti e tre insieme una buona birra artigianale cinese in un english/china fusion pub, dopodiché li abbandonai ai loro caldi destini per ritornare nella silenziosa via Ancona, dove alle 22:30 avrei dovuto incontrare Yan Yan.
- Yes sure I wanna meet you. I’ve never hung out with a western guy. When we meet... please forgive my bad English. -
Yan yan mi veniva incontro, e il cuore mi trapanava la cassa toracica. Indossava una T-shirt bianca con una scritta rossa, nascosta per tre quarti da un gilet nero. Nonostante non fosse alta, il suo fisico magro le sfilava l’intera silhouette.
- I brought two bottles of beer. Let’s go to your hotel. -
Quando le dissi che Hiro non sarebbe ritornato prima dell’alba, convenne con me sul fatto che un letto matrimoniale sarebbe stato più comodo del divano di pelle secca della hall dell’albergo.
Yan Yan aveva una laurea in storia cinese, ma non aveva mai smesso di aiutare la famiglia a sostenere il proprio unico reddito. Forse l’anno dopo si sarebbe dedicata a tempo pieno all’insegnamento... ma ancora non lo sapeva; o meglio, ancora non aveva trovato il coraggio di dire al padre che non avrebbe mai sposato Mankou, il figlio del ricco proprietario della pomposa catena di ristoranti “fiori rossi felici”. Yan Yan era uno spirito libero. Avrebbe voluto andare in Taiwan, dove tutto le sembrava più libero, e magari uscire con uno dei tanti americani che vivono lì a Taipei, scoprendo una volta per tutte se i film romantici di Hollywood si basassero sulla realtà, o erano solo finzione.
Alle 23:30 le due birre da 66cl erano piene a metà. Yan Yan mi fissava con occhi audaci. Nonostante il mio carattere introverso, da quando c’eravamo incontrati ero sempre stato messo al centro dell’attenzione: era concentrata su ogni parola che usciva dalla mia bocca, fino ad annusarle, ora, una per una. Finchè... un battito del mio stomaco, già consapevole di cosa sarebbe successo, non mi scosse smodato verso le sue labbra, già pronte a baciarmi.
- Yes sure I wanna meet you. I’ve never hung out with a western guy. When we meet... please forgive my bad English. -
Yan yan mi veniva incontro, e il cuore mi trapanava la cassa toracica. Indossava una T-shirt bianca con una scritta rossa, nascosta per tre quarti da un gilet nero. Nonostante non fosse alta, il suo fisico magro le sfilava l’intera silhouette.
- I brought two bottles of beer. Let’s go to your hotel. -
Quando le dissi che Hiro non sarebbe ritornato prima dell’alba, convenne con me sul fatto che un letto matrimoniale sarebbe stato più comodo del divano di pelle secca della hall dell’albergo.
Yan Yan aveva una laurea in storia cinese, ma non aveva mai smesso di aiutare la famiglia a sostenere il proprio unico reddito. Forse l’anno dopo si sarebbe dedicata a tempo pieno all’insegnamento... ma ancora non lo sapeva; o meglio, ancora non aveva trovato il coraggio di dire al padre che non avrebbe mai sposato Mankou, il figlio del ricco proprietario della pomposa catena di ristoranti “fiori rossi felici”. Yan Yan era uno spirito libero. Avrebbe voluto andare in Taiwan, dove tutto le sembrava più libero, e magari uscire con uno dei tanti americani che vivono lì a Taipei, scoprendo una volta per tutte se i film romantici di Hollywood si basassero sulla realtà, o erano solo finzione.
Alle 23:30 le due birre da 66cl erano piene a metà. Yan Yan mi fissava con occhi audaci. Nonostante il mio carattere introverso, da quando c’eravamo incontrati ero sempre stato messo al centro dell’attenzione: era concentrata su ogni parola che usciva dalla mia bocca, fino ad annusarle, ora, una per una. Finchè... un battito del mio stomaco, già consapevole di cosa sarebbe successo, non mi scosse smodato verso le sue labbra, già pronte a baciarmi.
餐厅 ristorante cinese
Approfittando del lungo ponte di inizio maggio, io ed Hiro organizzammo un viaggio a 昆明市 Kunming, capitale della provincia dello 云南省 Yunnan. Nonostante le 6 ore di volo, la compagnia aerea Shandong airlines ci offrì gentilmente due biglietti andata e ritorno da Osaka a 228 euro ciascuno. Miss Li una volta ci aveva detto che Kunming era sede della primavera eterna, per via del clima temperato in qualunque mese dell’anno, e dei fiori sugli alberi ai lati delle carreggiate. E delle belle universitarie. Tanto era bastato ad Hiro per sceglierla come destinazione. Io invece ero stato attratto esclusivamente dal nome... il Kun accanto al Ming.
Avevamo prenotato una stanza con letto matrimoniale per l’equivalente di 20 euro al giorno, dunque 60 euro in tutto. Quando arrivammo nella via dell’albergo, 按空路 via Ankong, o Ancona, mi sorpresi appassionatamente per il fatto che non avesse per niente i tratti tipici della modernità cinese: palazzoni beige o grigi e insegne tozze sui negozi. Al contrario, la strada ricordava la litoranea di uno dei tanti paesini che affaccia sull’Adriatico, nonostante il mare disti almeno 300km da Kunming. Una lunga schiera di quadrati bassi e giallognoli, con stonanti tetti legno Cortina d’Ampezzo, chiudeva da un lato la via come un lungo serpentone; l’altro lato invece sfociava su un campo d’erba sporca, che proseguiva libero per km e km fino alla massa scomposta di alcuni palazzoni.
Erano le 15:00. Accanto all’hotel, oltre una discesa ruvida di cemento e urina di gatto, c’era un muretto e una palazzina di un piano e mezzo. Sulla sua facciata, accanto al portone, una grossa lanterna rossa appesa ci pregò di entrare in una tavola calda specializzata in 拉面 noodles. I tavolini all’interno erano tutti rotondi e pesanti come il legno scuro nella campagna di mia nonna, e Hiro, senza consultare i tre e unti fogli del menù, optò per un Ramen con brodo denso in stile giapponese. Io presi dei noodles con wan ton “Beijing style”.
- Shachō san, la cameriera non fa altro che guardarti. -
I quindici coperti della tavola calda erano presidiati da una giovane e vispa cameriera. Non indossava nessuna uniforme, ma solo una T-shirt nera e un pantalone nero, amplificando in questo modo la veste informale e familiare del locale. I suoi capelli erano neri e lunghi, legati a formare una cipolla disordinata; il viso era più scuro della media cinese, così come le labbra, che assumevano una tonalità sangria.
- Hello! Are you tourists? -
Le sue mandorle erano strette e saporite. Ma quando parlava, dagli occhi le usciva la stessa vitalità di un ragù che ribolle a fuoco lento. Hiro le rispose in cinese, ma lei non mi staccava lo sguardo di dosso. Per vincere l’imbarazzo le chiesi il nome, Yan Yan; lei ricambiò, Vitto.
I manicaretti erano intensi e corposi, e addirittura anche il coriandolo, in mezzo a quell’idillio di grano e brodo, sembrava squisito.
- Se non le chiedi il contatto, non ci muoviamo da qui. -
- Ma mi vergogno... -
- Yan Yan, the check please. And... he would like to ask for your wechat. -
Yan Yan abitava al primo piano sopra la tavola calda. Ogni giorno alle 21:45 il suo locale chiudeva la cucina, e alle 22:00 serrava le porte. Quella sera, mezzora dopo la chiusura, io ero già da dieci minuti seduto sul muretto; Yan Yan uscì dal portone del suo palazzo e mi venne incontro.
Avevamo prenotato una stanza con letto matrimoniale per l’equivalente di 20 euro al giorno, dunque 60 euro in tutto. Quando arrivammo nella via dell’albergo, 按空路 via Ankong, o Ancona, mi sorpresi appassionatamente per il fatto che non avesse per niente i tratti tipici della modernità cinese: palazzoni beige o grigi e insegne tozze sui negozi. Al contrario, la strada ricordava la litoranea di uno dei tanti paesini che affaccia sull’Adriatico, nonostante il mare disti almeno 300km da Kunming. Una lunga schiera di quadrati bassi e giallognoli, con stonanti tetti legno Cortina d’Ampezzo, chiudeva da un lato la via come un lungo serpentone; l’altro lato invece sfociava su un campo d’erba sporca, che proseguiva libero per km e km fino alla massa scomposta di alcuni palazzoni.
Erano le 15:00. Accanto all’hotel, oltre una discesa ruvida di cemento e urina di gatto, c’era un muretto e una palazzina di un piano e mezzo. Sulla sua facciata, accanto al portone, una grossa lanterna rossa appesa ci pregò di entrare in una tavola calda specializzata in 拉面 noodles. I tavolini all’interno erano tutti rotondi e pesanti come il legno scuro nella campagna di mia nonna, e Hiro, senza consultare i tre e unti fogli del menù, optò per un Ramen con brodo denso in stile giapponese. Io presi dei noodles con wan ton “Beijing style”.
- Shachō san, la cameriera non fa altro che guardarti. -
I quindici coperti della tavola calda erano presidiati da una giovane e vispa cameriera. Non indossava nessuna uniforme, ma solo una T-shirt nera e un pantalone nero, amplificando in questo modo la veste informale e familiare del locale. I suoi capelli erano neri e lunghi, legati a formare una cipolla disordinata; il viso era più scuro della media cinese, così come le labbra, che assumevano una tonalità sangria.
- Hello! Are you tourists? -
Le sue mandorle erano strette e saporite. Ma quando parlava, dagli occhi le usciva la stessa vitalità di un ragù che ribolle a fuoco lento. Hiro le rispose in cinese, ma lei non mi staccava lo sguardo di dosso. Per vincere l’imbarazzo le chiesi il nome, Yan Yan; lei ricambiò, Vitto.
I manicaretti erano intensi e corposi, e addirittura anche il coriandolo, in mezzo a quell’idillio di grano e brodo, sembrava squisito.
- Se non le chiedi il contatto, non ci muoviamo da qui. -
- Ma mi vergogno... -
- Yan Yan, the check please. And... he would like to ask for your wechat. -
Yan Yan abitava al primo piano sopra la tavola calda. Ogni giorno alle 21:45 il suo locale chiudeva la cucina, e alle 22:00 serrava le porte. Quella sera, mezzora dopo la chiusura, io ero già da dieci minuti seduto sul muretto; Yan Yan uscì dal portone del suo palazzo e mi venne incontro.
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